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La Web Tax o Google Tax

Con Web tax o tassa Google si intendono gli obblighi introdotti dalla Legge di Stabilità 2014 per quanto riguarda l’acquisto di servizi di pubblicità online e link sponsorizzati da parte di imprese e professionisti, norme fortemente volute dal presidente della commissione Bilancio della Camera ed esponente del PD Francesco Boccia.

Gli emendamenti prevedono che i soggetti passivi Iva che intendano acquisire tali servizi di pubblicità su internet debbano acquistarli da soggetti titolari di partita Iva italiana, e “solo mediante bonifico bancario o postale dal quale devono risultare anche i dati identificativi del beneficiario, ovvero con altri strumenti di pagamento idonei a consentire la piena tracciabilità delle operazioni e a veicolare la partita IVA del beneficiario.” 

L’entrata in vigore della tassa Google era prevista dall’1 Gennaio 2014, ma con il Decreto Milleproroghe approvato in data 27/12/2013 è stata posticipata all’1 Luglio 2014 (è invece già attivo l’obbligo di strumenti di pagamento tracciabili).

Tra i motivi dello slittamento la necessità di porre rimedio alla mancata notifica all'Unione Europea dell'intervento, obbligatoria in quanto si tratta di una materia di interesse comunitario.
La disciplina europea relativa ai c.d. servizi della società dell’informazione prevede infatti che ogni disposizione di legge nazionale che incida sulla circolazione di tali servizi debba essere comunicata alla Commissione europea prima di essere definitivamente approvata dal Parlamento, dal Governo o dall’Autorità nazionale competente per la sua emanazione. Questo serve a consentire alla Commissione di valutare se ed in che misura una norma di legge possa limitare o ostacolare la libera circolazione, per garantire che il mercato unico europeo non soffra di ingiustificate barriere nazionali come quella che si vorrebbe erigere con la tassa Google.

Sarà forse una probabile incompatibilità con il Diritto europeo ad aver causato la dimenticanza?
L’attuale regolamentazione comunitaria recita infatti:
“Le persone che esercitano attività indipendenti e i professionisti o le persone giuridiche che operano legalmente in uno Stato membro possono esercitare un’attività economica in un altro Stato membro su base stabile e continuativa od offrirCos'è la Web tax o Tassa Google sulla pubblicità online e che conseguenze potrebbe avere se venisse definitivamente approvata.e e fornire i loro servizi in altri Stati membri su base temporanea pur restando nel loro paese d’origine. Ciò presuppone non soltanto l’abolizione di ogni discriminazione basata sulla nazionalità ma anche, al fine di poter veramente usufruire di tale libertà, l’adozione di misure volte a facilitarne l’esercizio, compresa l’armonizzazione delle norme nazionali di accesso o il loro riconoscimento reciproco”. 

Obbligare un libero professionista o un’azienda estera ad aprire sede e partita Iva in Italia per vendere pubblicità, o obbligare le aziende italiane ad avere rapporti commerciali esclusivamente con titolari di partita Iva italiana è un evidente violazione dei principi del mercato interno e della libertà di insediamento e di scambio del diritto comunitario.

Il secondo comma è inoltre confuso e lacunoso: “Gli spazi pubblicitari on line e i link sponsorizzati che appaiono nelle pagine dei risultati dei motori di ricerca (servizi di search advertising), visualizzabili sul territorio italiano durante la visita di un sito internet o la fruizione di un servizio on line attraverso rete fissa o rete e dispositivi mobili, devono essere acquistati esclusivamente attraverso soggetti, quali editori, concessionarie pubblicitarie, motori di ricerca o altro operatore pubblicitario, titolari di partita Iva rilasciata dall’amministrazione finanziaria italiana”.

Quindi qualsiasi pubblicità visibile in Italia dovrebbe essere venduta solo da titolari di partita Iva italiana? Se applicato alla lettera, questo genererebbe conseguenze paradossali. Afferma Piercamillo Falasca: “se si desse applicazione a tale previsione si giungerebbe al paradosso secondo cui il sito del New York Times o del China Daily potrebbe vendere pubblicità a inserzionisti italiani solo a attraverso una partita IVA italiana, in quanto tale sito è accessibile dall’Italia. Di fatto, una norma siffatta introdurrebbe un pesante ostacolo per le aziende nostrane: non potrebbero investire in campagne pubblicitarie Internet per il mercato estero, a meno che il citato New York Times – per restare all'esempio di cui sopra – non si affidi ad un soggetto titolare di partita IVA italiana per l'intermediazione della pubblicità o non implementi un filtro dei suoi contenuti per il mercato italiano, tale da non rendere visualizzabili dal territorio della Repubblica gli spazi pubblicitari degli inserzionisti italiani. Una vera follia.“

Di buono c’è che non essendo previsto attualmente alcun sistema sanzionatorio, le aziende potrebbero anche ignorare la tassa Google. ;)

Opinioni

Sul sito del Parlamento è pubblicato il parere espresso dal centro studi della Camera dei Deputati:
“Con riferimento al comma 17-ter appare opportuno valutare la compatibilità delle disposizioni come riformulate con la normativa comunitaria in materia di libertà di circolazione di beni e servizi.”

Secondo l’American Chamber of Commerce in Italy si rischia di violare il principio di libero scambio di beni e servizi all'interno del Mercato Unico Europeo. 

Non solo, si sono interessate del caso anche autorevoli testate straniere come Forbes, definendo la tassa Google “illegale”.

Interessante e acuta infine l’osservazione di Stefano Parisi, Presidente Confindustria Digitale:
“poiché Internet sta creando molto valore a chi ha avuto la capacità di cogliere opportunità di mercato, con investimenti, ricerca e innovazione tecnologica, un po' di questo valore vada drenato per i coloro i quali non sono stati in grado di cogliere queste opportunità. Una sorta di equità fiscale che premierebbe chi non ha investito e non si è innovato a danno di chi è riuscito a farlo.”

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27 Gennaio 2014