di Electra Nadalini — MagicNet · aggiornato il 17 settembre 2026
Da quando l’European Accessibility Act è entrato in vigore, il 28 giugno 2025, se ne è sentito dire di tutto. Che vale per tutti i siti. Che la multa può arrivare al 5% del fatturato. Oppure, all’opposto, che tanto c’è tempo fino al 2030. Prese così sono tre mezze verità, e conviene rimettere le cose in ordine con i testi di legge aperti accanto.
Di cosa parliamo
Il nome è inglese, ma la sostanza è una direttiva europea, la 2019/882, che l’Italia ha fatto propria con il decreto legislativo 82 del 2022. Lo scopo si dice in una riga: alcuni prodotti e servizi devono poter essere usati anche da chi ha una disabilità, da chi ascolta lo schermo con un lettore vocale, da chi si muove solo con la tastiera, da chi vede poco.
Non riguarda tutti i siti
La direttiva non parla dei siti in generale. Elenca servizi precisi: le comunicazioni elettroniche, l’accesso ai contenuti audiovisivi, la parte digitale dei trasporti passeggeri (siti, app, biglietti elettronici, informazioni in tempo reale), i servizi bancari per i consumatori, gli e-book e il commercio elettronico. A questi si aggiungono alcuni prodotti, come computer, smartphone, bancomat e biglietterie automatiche.
Per la maggior parte delle aziende la voce che conta è il commercio elettronico, e la definizione dell’articolo 3 merita una lettura attenta: si parla di servizi forniti a distanza «su richiesta individuale di un consumatore al fine di concludere un contratto di consumo». Un negozio online che vende ai privati è dentro. Un sito che presenta l’azienda senza vendere, no. Un negozio che vende solo ad altre aziende resta fuori a una condizione: che a comprare possano essere davvero solo aziende. Se un privato riesce a riempire il carrello e pagare, quel sito vende anche ai consumatori.
Le microimprese
C’è poi un’esclusione importante. L’articolo 4 esonera le microimprese che forniscono servizi, cioè le aziende con meno di 10 persone e un fatturato o un bilancio annuo fino a 2 milioni di euro. Un piccolo e-commerce, quindi, di norma non ha l’obbligo. Diverso è il caso di chi produce o vende i prodotti dell’elenco: per loro i requisiti restano.
Esonerati non vuol dire che l’accessibilità sia inutile. Vuol dire che diventa una scelta, e spesso una scelta sensata, perché un sito più accessibile tende a essere anche più ordinato e più semplice per tutti.
Cosa deve fare chi rientra
Chi rientra deve rendere accessibili il sito e l’app secondo i requisiti della norma. Le linee guida adottate da AgID a marzo 2026 prendono come riferimento le WCAG, lo standard internazionale per i contenuti web, e chiedono di rispettare almeno i livelli A e AA.
Poi deve spiegare come il servizio soddisfa questi requisiti, nelle condizioni generali o in un documento equivalente, come prevede l’allegato V della direttiva. E se un adeguamento ha un costo sproporzionato può farlo presente, ma deve dimostrarlo: l’articolo 14 chiede una valutazione scritta secondo criteri precisi, da conservare per cinque anni e da rifare almeno ogni cinque. Dire «ci costava troppo» non basta.
E il 2030?
Il 2030 esiste, ma non è una proroga per tutti. L’articolo 32 permette a chi fornisce un servizio di continuare a usare, fino al 28 giugno 2030, i prodotti che usava già prima del giugno 2025. Lascia valere fino alla scadenza, e comunque per non più di cinque anni, i contratti firmati prima di quella data. E concede ai terminali self-service già installati di arrivare a fine vita. Il sito di un negozio online non sta in nessuno di questi casi.
Chi controlla e quanto si rischia
In Italia, sui servizi, vigila AgID, l’Agenzia per l’Italia Digitale. Dopo le linee guida, il 29 maggio 2026 ha pubblicato il regolamento sulla vigilanza, e c’è un passaggio che vale la pena leggere. Se emergono barriere, AgID chiede chiarimenti e adeguamenti, e passa alle sanzioni solo «in caso di inerzia prolungata o di mancato adeguamento entro i termini concordati». Prima si corregge, insomma. Le segnalazioni possono arrivare anche dagli utenti, con un reclamo all’Agenzia.
Le sanzioni sono fissate dall’articolo 24 del decreto: da 5.000 a 40.000 euro per chi non rispetta i requisiti, da 2.500 a 30.000 per chi non collabora o non si adegua a quanto richiesto. Il 5% del fatturato di cui si sente parlare riguarda un’altra platea: secondo le linee guida AgID tocca a chi offre servizi con siti o app e ha un fatturato medio oltre i 500 milioni di euro. Non è il caso di una PMI.
Un punteggio non basta
Il 17 settembre 2026 abbiamo passato quattro pagine di magicnet.it a Lighthouse, lo strumento di Google, nella versione 13.4 e con il profilo da smartphone: la homepage, la pagina sull’accessibilità, quella sull’e-commerce e questo articolo. Per l’accessibilità il risultato è 100 su tutte e quattro.
Lo scriviamo con una precisazione che per noi è il cuore della questione. Un controllo automatico vede solo una parte dei problemi: non sa se un modulo si compila davvero senza mouse, né se un lettore vocale legge le informazioni nell’ordine giusto. Questo lo scopre una persona, provando. Per lo stesso motivo diffidiamo di chi promette la conformità con un punteggio o con un plugin da installare.
Da dove partire
La prima cosa è capire se sei dentro. Vendi online ai privati, anche solo perché il carrello è aperto a tutti? E la tua azienda supera le soglie della microimpresa? Se a entrambe le domande la risposta è sì, conviene far verificare il sito con prove automatiche e manuali, preparare le informazioni sull’accessibilità e dare ai clienti un modo semplice per segnalare un problema.
Se invece sei fuori, partire dalle cose che servono a tutti resta una buona idea: testi alternativi alle immagini, colori leggibili, un sito che si usa anche da tastiera, titoli in ordine, moduli con etichette chiare. Sono le stesse cose che aiutano Google e gli assistenti AI a capire le pagine, come abbiamo raccontato parlando di accessibilità e intelligenza artificiale.
Come controlliamo un sito, mettendo insieme gli strumenti automatici e le prove fatte a mano, lo raccontiamo nella pagina sull’accessibilità dei siti web.
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Electra Nadalini ha fondato Magic nel 1996 insieme a Massimo Selva. Si occupa di siti WordPress e accessibilità.
Questo articolo ha scopo informativo e non costituisce consulenza legale. Le norme e le linee guida citate possono cambiare: per la posizione specifica della tua attività, verifica con un professionista.
